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30 November 2010 @ 12:30 am
Paradiso, inferno. Paradiso. [Adam/Tommy] - pg13  
Titolo: Paradiso, inferno. Paradiso.
Autore: FormerlyDumb aka Lauradumb
Beta(s): Black_Calliope & Slayer_87
Pairing: Adam Lambert/Tommy Joe Ratliff
Rating: Pg13
Disclaimer: I personaggi che appaiono in questa opera di finzione non mi appartengono e come autrice non ne traggo nessun profitto materiale.

Trama: E il rumore della chiave che gira nella toppa è il punto e a capo del loro rapporto. Uno sguardo sul rapporto tra Adam e Tommy, tra la notte di Amsterdam e il concerto italiano, cosa è cambiato e cosa, invece, è rimasto.

Note dell'Autrice: Ovvero, come un'ossessione può simpaticamente farmi tornare a scrivere dopo sei anni di vuoto cosmico. Buona lettura.




Paradiso, inferno. Paradiso.



La struttura in metallo dietro di lui è fredda e appuntita. E gli graffia la schiena attraverso la camicia. Le nocche della mano sinistra, aggrappata disperatamente alla trave sopra la sua testa, domani mattina saranno livide e arrossate, ma al momento sono così strette attorno al metallo dell’impalcatura da essere totalmente bianche, mentre il pulsare del sangue nelle dita è un battere costante. È strano come in certi momenti, l’attenzione sia per le piccole cose. Uno si aspetta che lì, schiacciato a forza contro gli oggetti di scena, con Adam intento a mordere, succhiare e graffiare la linea di pelle sottile tra il collo e lo sterno, lì ci si aspetta che Tommy non sia in grado di pensare a nulla. E invece, reclinando la testa all’indietro, con l’odore del fumo ancora nell’aria e il suono quasi osceno dei gemiti – forse suoi, forse dell’altro, non importa – Tommy Joe fissa lo sguardo sulla vetrata più alta. E pensa a quanto sia surreale che tutto ciò stia accadendo all’interno di una fottutissima chiesa. Sconsacrata, va bene. Ma è pur sempre surreale.


***
 

Con la fronte appoggiata allo specchio, meno di un paio d’ore dopo, Tommy cerca di respirare e di calmare i propri pensieri. Non c’è nessuno nel bagno del locale, eppure l’agitazione non ne vuole sapere di andarsene. Fa caldo, ma non c’è la minima intenzione di togliersi la sciarpa. È l’unica protezione, l’unica barriera che impedisce allo specchio di rimandargli l’immagine della sua pelle splendidamente martoriata.

Quella sera Neil è con loro, e questo è davvero l’unico motivo per cui Tommy gli è grato.

Si bagna la punta delle dita sotto il rubinetto e senza nemmeno guardare, le passa, umide e fredde, sul lembo di pelle che porta il marchio di Adam, appena sopra lo sterno. Un gemito. No, era una smorfia di dolore.

Quando fra qualche minuto Tommy tornerà nel privé, Neil non sarà più al tavolo con il fratello. E Tommy non avrà più scuse. E Adam nemmeno.


***


Probabilmente è così che deve andare, in fondo è quasi normale. Passare mesi a ignorare gli eventi, fingere di non cogliere il mutare delle situazioni, lasciare che i secondi passati l’uno nelle braccia dell’altro diventino minuti e poi ore. Convincersi che sia una grande amicizia, una connessione, un affetto che va al di là. E poi trovarsi una sera, con mesi di frustrazione alle spalle, accorgendosi di aver lasciato i freni inibitori sul tavolo del coffee shop.

Questo pensa Tommy Joe Ratliff mentre da qualche parte, nella sua testa, una voce gli ricorda che quella nei suoi pantaloni è la mano di Adam.

***
 

C’è un lampo di paura, è solo un secondo, forse meno, ma Adam si interrompe.

“Non...”

Non dirlo, non ti fermare, non chiedere, per l’amor del cielo, cazzo, non smettere.

Questo vorrebbe dire Tommy, vorrebbe gridarlo, sussurrarlo e poi ripeterlo ancora, come una litania. Invece rimane impassibile, la schiena schiacciata contro il materasso, una penombra fastidiosa che gli impedisce di godere della vista del corpo che lo sovrasta. Gli esce solo un gemito, una sillaba, forse un paio di suoni gutturali e basta, e non è affatto quello che avrebbe voluto, ma la nebbia che lo avvolge, dentro e fuori, non gli permette altro.

“Non posso.”

Stavolta non c’è più nulla che Tommy possa dire, perché Adam si è già alzato, immobile per un istante ai piedi del letto, e poi è scomparso oltre la porta del bagno. E il rumore della chiave che gira nella toppa è il punto e a capo del loro rapporto.


***
 

Il giorno dopo Tommy non ha idea se fuori il mondo sia ancora uguale. Dentro, invece, niente è più come prima.


***


La sera del concerto di Vienna, Sutan ha il suo bel da fare per nascondergli i segni sul collo, anche con la camicia abbottonata. Ci vuole tempo, minuti interi che permettono a Tommy di pensare.

Stranamente nessuno ha deciso di tormentarlo con commenti e battute. Non che gli altri non muoiano dalla voglia di farlo, sia chiaro: Tommy ha visto l’espressione di Sasha, ma anche Sasha ha visto l’espressione di Tommy, e al mondo non c’è motivo sufficientemente valido per tormentare qualcuno che ha già scritta in viso così tanta frustrazione.

Sutan borbotta qualcosa e Adam entra in quell’istante. Tommy è istintivo, non riesce a trattenersi dall’alzare lo sguardo sull’altro, ma ha passato un giorno intero a prepararsi. È pronto, sa come comportarsi.

“Ehi,” dice. Non è una della sue migliori performance, ma è già un punto di partenza.

“Ehi,” gli arriva in risposta. Bene, comincia lo show. Adam abbozza un sorrisino tirato, si avvicina al tavolo mentre Sutan richiude l’ultima confezione di correttore e sorride soddisfatto. Se Tommy avesse ancora qualche secondo per pensare, forse si chiederebbe se non esista un correttore anche per segni più profondi, quelli non visibili a tutti gli altri, perché non è affatto sicuro che il siparietto che lui e Adam stanno per ricostruire stia in piedi.


***


Adam è un buon attore, ma Tommy ha imparato a recitare la sua parte anche senza studiare la teoria. E infondo quello che non è successo tra loro ha cambiato le dinamiche, non certo quello che sentono nè quello che sono. L’insieme delle due cose permette a tutti di superare Vienna. Forse nessuno noterà nulla nemmeno il giorno dopo.


***
 

Il freddo fuori dalla finestra offre una valida scusa per non mettere piede fuori dalla stanza. Rimane sdraiato sul letto a guardare stupidi cartoni animati, da solo. Vorrebbe chiedere a Isaac di fargli compagnia, ma l’idea non lo convince. Non certo perché spera che Adam bussi alla porta, e non vuole ovviamente farsi trovare occupato. No, non per quello. Solo, vuole rimanere solo. Si, ecco, solo.

Quella sera, sul palco, è ancora peggio della notte precedente.


***



A Milano le cose migliorano appena. Adam è raggiante, un bambino che corona il suo sogno, ma Tommy non può far altro che osservarlo da lontano. E la cosa non gli piace poi molto, ha bisogno di chiarire, anzi no, ha solo bisogno di nascondere il viso nell’unico posto in cui si è sentito sicuro in tutta la sua vita. Nell’incavo del collo di Adam, tra il suo profumo e il battito del suo cuore.

Ignorare i problemi è più facile con questo pubblico, Adam può concentrarsi e giocare con loro, Tommy può cercare un po’ d’attenzione in più. L’istinto di leccare il microfono è incontrollabile. Sono qui.


***
 

L’albergo è fin troppo lussuoso e Tommy non ha il coraggio di uscire. Si stringe nella felpa e osserva il profilo dei tetti sbucare oltre il vetro della finestra. La spalanca, improvvisamente bisognoso di una boccata d’aria fredda. Adam e Terrance sono rientrati dal tanto osannato shopping e sono usciti nuovamente. Tommy li segue dal terrazzo mentre camminano lungo la via; qualsiasi cosa vendano lì sotto, costa più di quanto lui avrebbe mai potuto permettersi. Fino a qualche mese prima, almeno.


Gli scappa un sorriso mentre rientra nella stanza d’albergo. Poche decine di metri più sotto un gruppo di ragazze rimangono immobili e senza fiato a guardare Adam superarle con passo felino. Tommy le capisce, imparare a respirare è stato difficile anche per lui.


***


Adam è seduto lontanissimo. Tommy si gode la compagnia di Isaac, allora, perché Cam che è finita alla sua sinistra sembra impegnata a discutere con Taylor da ore. Ogni tanto, di sfuggita, Tommy fa vagare lo sguardo fino al fondo del tavolo e spesso non si accorge di fissare. Monte si schiarisce la gola e lo salva da un ulteriore imbarazzo, almeno finché non arriva l’ora del brindisi e il suo bicchiere invece di collaborare scivola nel piatto vuoto del dolce. Con la coda dell’occhio Tommy vede Adam sorridere.


***
 

È notte fonda quando il cellulare squilla. Squilla mentre Tommy è impegnato a controllare twitter ed è un caso del tutto fortuito, o un gesto istintivo, che lui rifiuti la chiamata. Un errore, certo, ma forse è meglio così. Perché Tommy non è abituato a bere vino, e Adam di certo non dovrebbe nemmeno sapere che delle due bottiglie del frigo bar in camera di Tommy non ne è rimasta nemmeno una piena.

Invece Adam lo scopre piuttosto in fretta, perché qualche minuto dopo è in piedi davanti alla porta e Tommy non ha nessuna intenzione di lasciarlo bussare ancora a lungo.


***
 

“Dovremmo parlare.”

“Dovresti baciarmi.” La voce uno strascicare di parole, i capelli un disastro che gli copre il viso.

“E tu non dovresti bere da solo.”

“E tu dovresti baciarmi.”


***


Quando finalmente spunta l’alba, sono ancora impegnati a parlare. Tommy è raggomitolato contro il petto di Adam e non ha nessuna intenzione di muoversi. Le dita che gli accarezzano i capelli – gli capita di pensare – non troveranno mai una collocazione migliore. Arrossisce, appena, perché in realtà gli vengono in mente altre collocazioni ben più che adeguate che ancora restano tutte da esplorare. Ma c’è tempo, ancora. Si irrigidisce qualche secondo, prima che la voce di Adam lo calmi nuovamente.


“Nevica.”

Fuori, una luce bianca avvolge Milano.


***


Tommy ha disperatamente bisogno di dormire. È l’unico motivo per cui Adam aspetterà un giorno ancora.




[end]